Art Gallery - Giovanni Ragusa

Nella collina fiorentina, di là d'Arno, Michelangelo ha un piazzale, che tutti conoscono e che, per la verità, è un affollatissimo belvedere. La vista sulla città è una delle più intatte della nostra sgangherata penisola.
Appena dietro le siepi, il mondo torna tranquillo e lascia sopravvivere per incanto uno slargo di terra battuta che dà su una porticina di ferro verde. Vi è dietro una di quelle casette da giardiniere come si costruivano cent'anni fa. E' questo lo studio di Giovanni Ragusa, una stanza per riposare, pensare e poi magari lavorare. Abbiamo sprecato ore in chiacchere. Di un tema abbiamo parlato fino all'ossessione, e non dell'arte; del transito, del non stare, dell'andare, del venire, del passare, del divenire.

Passaggio Pericoloso
Firenze Sogna
Architettoniche
Schizzi
Willy d'Huysser Gallery
Museo ItaloAmericano
Faraone di Sera
Made in Florence
Trasparenze
"Passaggio Pericoloso"
"Firenze Sogna"
In Campana
Ed è nato lì un percorso intrigante; fu all'inizio stimolato da un piccolo dipinto di scuola rembrandtiana che Ragusa si era portato da chissà quale casa di parenti olandesi, una sorta di autoritratto.

Si fecero eseguire decine e decine di telai della dimensione identica a quella del quadro. In sette anni di costante e irregolare lavoro le tele presero corpo pittorico con un incessante andirivieni di ripensamenti, doverosamente annotati e datati su ogni singolo retro.
Nel frattempo Giovanni Ragusa si è mosso, è stato pendolare con la Maremma, ritornante sul luogo di nascita a Shanghai, viandante sull'isola degli avi in Sicilia e dalla madre in Olanda, ha ripercorso i viaggi giovanili nepalesi con gli amici di oggi e di sempre, ha ritrovato nel deserto del Sinai il mito ormai evaporato da noi. E il sedimento del primo e del dopo, del quotidiano e dello straordinario, si accumulava a strati sui dipinti.

Mandala
"In Campana"
Giovanni Ragusa aveva imparato la materia quando l'arte era ancora informale e convinta d'essere espressionista. La cosa avveniva nella California degli anni '60. Ma dieci anni dopo tornava il diritto alla figura e alla narrazione; più di recente ancora quello all'autoanalisi.
L'italiano
La riappropiazione andava celebrata con silenzio e lentezza. Era quindi sconsigliato partecipare alla baldoria monetaria degli anni '80. L'isolamento consentiva alla pittura di indurire, al pensiero di calibrarsi e al linguaggio di riformarsi.
Ci si rese conto, una sera d'inverno, che l'avventura s'era mutata in opera e si decise in un attimo di lucida incoscienza di non concludere il ciclo e di intitolarlo OPUS.
Il prossimo secolo, pare, sarà mistico.

Philippe Daverio
"Mandala"
Aringa
"L'italiano"
Giotto Centrale
Senza Titolo
"Aringa"
Onda
"Giotto"
"Centrale"
"Senza Titolo"

Giovanni Ragusa è nato a Shanghai - uno spifferino d'aria portata di anticipo dalla tempesta della seconda guerra mondiale. Il viaggio di ritorno della giovane famiglia durò nove mesi, una specie di gravidanza in se stessa, e comprendeva un periodo di confinamento vicino a Mosca, ospite di Stalin. Furono salvati dalla Croce Rossa da una fine che si suppone sarebbe stata brutta...

"Onda"

Questo per raccontare il meno. C'era anche la fuga dalla Cina, in una piccola barca, ed attraverso il deserto, camminando, strisciando, nuotando, con angoscia e speranza come forze motrici.
Tutto questo, secondo me, fa la base di una pittura non descrittiva, non narrativa, non di atmosfera, ma di improvvisazione, spinta da una memoria immaginaria. Perché immaginaria? Perché non c'è modo che Giovanni, aetatis suis qualche mesetto, possa aver avuto un'esperienza diretta di quel pellegrinaggio. E' oggi che lui, pensando ai rischi quotidiani di quei nove mesi, assapora retrospettivamente la propria fragilità.
Vent'anni fa, il Ragusa fece una serie di quadri sul tema di 'geografie dimenticate'. Di notte scappò dalla piramide un inquieto faraone. Turbato dall'immensità del deserto, si orientò con una stella cometa, dimenticando che essa, benché visibilissima, non funge affatto da punto fisso in questo precario universo.
Maturandosi, i quadri attualmente esposti non si basano sulla cosmologia inventata, benché sulla memoria assunta, ci fornisce, senza coscientemente volerlo, schegge della propria esistenza. Un'emigrazione, una trasumanazione, del primissimo stato dell'anima. La madre partorisce in valigia, per poi chiuderla e partire. Alla frontiera il Ragusa presenta come passaporto due quadrettini, dipinti di dipinti, forse suoi, forse di Velazquez. Fragilissima, la barca trasporta l'artista-bambino attraverso l'oceano, sotto un cielo che rivela sempre le ferite dell'esplosione di Krakatoa.

Torna a casa col peso delle montagne addosso.
Il senso di identità di Giovanni è arrivato presto, e l'artista-bambino nel quadro porta sul viso la barba dell'adulto di oggi. Come in uno specchio doppio, il nipotino di Ragusa si trova nella stessa barca che è reduce dei primi mesi della vita del nonno, per provare anche lui, all'età giusta, come si viaggia da soli. In my end is my beginning: il motto di Maria Stuarda, scritto all'interno di un anello, indicava la sua speranza in un mondo futuro. Ragusa invece crede nel passato, e il motto è rovesciato: in my beginning is my end.
Di più recente, ci sono i quadri che riportano su preoccupazioni private il peso degli avvenimenti di questo mondo, quando problemi di identità sono estesi ad intere nazioni, e rafforzati col fucile. Una brutta sorte che incombe, forse, anche sulla penisola italica.
Nei quadri di Arnold Bocklin, morto a Firenze all'inizio di questo secolo, la presenza del dio Pan nei campi del Lazio, o di Nereide nella baia salernitana, non sono 'illustrazioni' per portarci una morale intellettuale o didattica, ma semplici elementi che erano in giro, legati al posto. Geni del luogo.
Giovanni lavora in un modo molto simile a Bocklin. Se fossero 'illustrazioni', i quadri di Ragusa sarebbero meno interessanti. Per lui gli elementi iconografici crescono con l'accumulazione della pittura. L'atto di dipingere coincide con l'atto di pensare.

Uscendo
"Uscendo"

Si tratta infatti dell'intreccio di tre tempi diversi: di lavoro, coll'atmosfera di ogni singola giornata; di ricordo, oppure di improvvisazione sui ricordi; e, più remoto di tutti, il tempo trascorso dall'evento iniziale - quel tempo vissuto in prima persona piccirillamente, un viaggio nell'eterno presente sul quale tutto galleggia.

Matthew Spender

Comune di Sondrio - Assessorato alla Cultura - Palazzo Bertoli, Sondrio, 1995
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